Daria in crisi d’ascolti. E d’identità

Massimo Falcioni per DAW-BLOG.COM

Più che Invasioni, potremmo ribattezzarle Evasioni Barbariche. Ironia a parte, a parlare sono i numeri relativi all’ultima puntata del 16 marzo scorso capace di raggranellare appena 622 mila spettatori, pari al 2,9% di share. Un pianto per Daria Bignardi, che due mesi prima – il 20 gennaio – aveva inaugurato l’ennesima stagione del suo talk con 1 milione di contatti ed una percentuale vicina al 4,5. Un dato che fece storcere il naso a qualcuno, che però ad oggi rappresenta al contrario un’assoluta chimera per la trasmissione. Perché per l’ex conduttrice del Gf il crollo è stato puntuale, costante, inevitabile.

L’ennesima mazzata per la gestione di Paolo Ruffini, che da quando è direttore di La7 ha collezionato solo disastri. Colpa dell’epilogo del berlusconismo, secondo qualcuno, considerato che il terzo polo aveva decisamente puntato sull’approfondimento di politica. Ma con quest’ultima commissariata dai tecnici – lontani dagli schieramenti e dunque meno avvezzi ai pollai del piccolo schermo – le conseguenze sono parse inevitabili. Ingaggiare poi Formigli, la Dandini e la Guzzanti e lanciare la sfida ad un’unica rete, Raitre, notoriamente quella maggiormente indirizzata, ha rappresentato un ulteriore fallimento di strategia. Soprattutto in seguito all’addio del Caimano. Senza scandali, processi, intercettazioni ed escort, il palinsesto s’è afflosciato.

Tuttavia, per “Le Invasioni Barbariche” il discorso è diverso. Il salotto di Daria, in onda dal 2004, è da sempre un prodotto d’elite, di nicchia. Raramente ha goduto di exploit, che se ci son stati, non hanno mai superato la soglia del 5-6%. E la fine del Cavalierato ha influito poco, se non affatto.

La crisi del programma è soprattutto d’identità. Il telespettatore lo riconosce a fatica, a causa delle modifiche apportate alla scaletta. “Le invasioni Barbariche” era un timer perfetto: prima intervista (21.15-22), dibattito (22.10-22.40), seconda intervista (22.45-23.20), secondo dibattito (23.25-23.55, terza intervista (24-24.30). Un refrain consolidato negli anni che inglobava con sé anche una impeccabile proposizione cronologica, che consentiva all’utente di sintonizzarsi quando voleva, sul contenuto che desiderava.

Un ordine mentale completamente saltato in questa stagione, a vantaggio di un rimescolamento globale. Il problema di Daria non è quindi la sua obbligata deberlusconizzazione. L’emergenza è semmai nella mera scrittura autoriale. Da ridiscutere. O almeno da riportare alle origini.

Paradosso Parodi: vende milioni di libri e fa flop in tv

Massimo Falcioni per DAW-BLOG.COM

Vendere milioni di libri e poi totalizzare appena il 2,5% di share. E’ il destino di Benedetta Parodi, fenomeno letterario e televisivo della passata stagione che si ritrova oggi a fare i conti con la dura legge del piccolo schermo. Inutile girarci attorno. Le aspettative della vigilia per “I menù di Benedetta” erano differenti. Troppo rumoroso il successo per “Cotto e Mangiato” per non essere ottimisti, per non puntare in alto, per non credere al colpaccio.

Il problema però sta quasi tutto nei contenuti. La pillola all’interno di “Studio Aperto” durava non più di tre minuti. Un flash, reso mobile e dinamico dal lavoro di post-produzione, che interveniva con montaggio ritmico e colonna sonora. Nulla a che vedere col prodotto confezionato per La7, pensato al contrario per un’ora. Venti volte tanto. Basterebbe per spiegare il mezzo-flop.

Su un set simile a quello di Italia 1, ma allargato al salotto, la Parodi si trasforma in mamma e moglie ideale, sfruttando in diverse occasioni l’ausilio dei figli. Lady Caressa crea, osa, si impegna. Ma è sola. Tristemente sola. Niente pubblico, cast bloccato alla semplice padrona di casa e pochissimi ospiti, che danno qualcosina, non lo sprint necessario.

Il mezzogiorno chiede altro. Soprattutto se i competitors hanno le sembianze di “Forum” o, ancor peggio, de “La prova del cuoco”, che succhia identico target. Inevitabile dunque una rivoluzione, che partirà dallo spostamento di messa in onda, alle 17.55. Orario paradossalmente nelle intenzioni della vigilia, annullate dalla volontà della stessa Parodi: “Ho chiesto io di mantenere le 12.30”, confessò.

Oltre che di proposta, l’errore è pertanto di principio. Cedere alle preferenze del presentatore o comunque assecondarle, equivale a rinunciare al ruolo di direttore di rete, o di palinsesti. Direttori che, per mestiere studiano le trasmissioni, non le conducono. A volte le responsabilità saltano. E i risultati si vedono.

Mentana lascia il Tg La7. Se ne va la benzina di un’intera rete

Massimo Falcioni per Riviera Oggi.

Un fulmine a ciel sereno. Enrico Mentana non è più il direttore del Tg La7. Nominato nel giugno del 2010, il giornalista milanese si è dimesso nel primo pomeriggio di mercoledì in seguito alle polemiche con il comitato di redazione del notiziario per la questione riguardante la mancata lettura del comunicato sindacale diffuso dalla Federazione della Stampa, che esprimeva solidarietà allo sciopero dei poligrafici dei principali quotidiani cartacei.

Ieri – ha dichiarato Mentana – ho appreso dalle agenzie di essere stato denunciato alla magistratura ordinaria dal mio cdr. Ho atteso 24 ore per verificare eventuali ravvedimenti, che non ci sono stati. Essendo impensabile continuare a lavorare anche solo per un giorno con chi mi ha denunciato, rassegno da subito le dimissioni dalla direzione del Tg La7”.

Il cdr tuttavia precisa: “Non abbiamo denunciato Mentana alla magistratura ordinaria, questo deve essere chiaro. La Fnsi ha mandato un comunicato chiedendo di pubblicarlo, e il cdr ha fatto solo da tramite con il direttore, che non ha ritenuto di leggere il comunicato durante il Tg. Da noi però non è partita nessuna denuncia”. Precisazioni che a questo punto dovrebbero far pensare al ritiro delle dimissioni. Ma il condizionale è più che mai d’obbligo.

In questi diciotto mesi, il Tg La7 non è stato un semplice telegiornale, bensì una vera e propria benzina per tutta la rete. Un boom capace di rivoluzionare gli assetti di un’emittente considerata per nove anni di nicchia e che era definitivamente divenuta reale terzo polo nel contesto generalista.

Prima del suo avvento si erano potute contare sulle dita di una mano le occasioni in cui La7 aveva osato varcare l’asticella del 3,5% di share. Poi dal nulla ecco sbucare l’ex direttore del Tg5, capace di appiccicare all’informazione dell’azienda Telecom un’identità ben precisa, riconoscibile, ma soprattutto autorevole. Già con la semplice ufficializzazione della sua nomina il tg delle 20 raddoppiò le proprie percentuali, per sfondare in breve tempo la soglia del 10% (con punte del 13) una volta comparso dinanzi la telecamera.

Exploit, come detto, non fine a se stesso. “8 e ½”, “L’infedele”, “Italialand”, “Piazza Pulita”, “G Day”. Tutti hanno usufruito di un locomotore in grado di trainare ed incollare dinanzi allo schermo il medesimo target. Lo “spirito” di Mentana si è infine percepito pure negli appuntamenti da lui non condotti, con il telegiornale di pranzo, ad esempio, salito dall’ 1,5 al 4, nonostante lo spostamento alle 13.30 in concomitanza col Tg1.

La triste fine di “Ahipiroso”

Che tra Antonello Piroso e La7 non corra più buon sangue è un fatto ormai risaputo. Rimosso la scorsa primavera dal telegiornale della rete per far posto ad Enrico Mentana (che in appena tre mesi ha portato il notiziario dal 2,5 al 10% di share), il giornalista comasco si è consolato col ritorno in tv di “Niente di Personale” e con il lancio di “Ahipiroso”, una fascia quotidiana satiro-informativa che, col prezioso supporto di Fulvio Abbate ed Adriano Panatta, ha guadagnato in breve tempo ampi consensi e soprattutto ascolti.

Ad inizio aprile però succede nuovamente qualcosa. La7 si rifà il look. Cambia logo e ridisegna il palinsesto mattiniero, sopprimendo lo sfortunato “Life” e regalando a Tiziana Panella un nuovo talk, “Coffee Break”, chiamato a sfruttare alle 9.40 il traino dell’affermato “Omnibus”. Ciò comporta il leggero slittamento di “Ahipiroso” appunto, che anziché partire alle 10, ritarda il suo avvio di venticinque minuti.

E’ la goccia che fa traboccare il vaso. Piroso non ci sta e va su tutte le furie. A suo avviso il programma andava valorizzato e non utilizzato come cavia. Ecco allora che per ritorsione “Ahipiroso” subisce una metamorfosi. Scompare la diretta – sostituita da una evidente registrazione preconfezionata – e vengono di fatto azzerati i dibattiti in studio (ironici, surreali, stravaganti ed a tratti irresistibili), rimpiazzati da eterni e noiosi rvm a tema.

Immediata la reazione dei fan, tantissimi, che hanno in massa invaso le pagine Facebook della trasmissione. “Quando il trio ritorna dalle ferie, chiamatemi”, “chiediamo spiegazioni, la redazione ci risponda”, “rivogliamo l’Ahipiroso di un tempo”. I diretti interessati pertanto tacciono. Mancando di rispetto ai telespettatori.