In difesa della Sciarelli

Massimo Falcioni per DAW

Un fatto va immediatamente chiarito: “Chi l’ha visto?” ha appreso della notizia della possibile morte di Sarah Scazzi dai lanci delle varie agenzie e dai siti d’informazione che già dalle 23 di mercoledì avevano cominciato a diramare la voce insistente, e non smentita, del ritrovamento del corpo della ragazza. Difficile dunque pensare che un programma d’informazione – oltretutto l’unico realmente in onda nel corso della serata, considerate le imbarazzati defezioni di “Porta a Porta” e “Matrix” (i due talk erano stati registrati) – non offrisse aggiornamenti in merito.

Il collegamento con Concetta Serrano dalla casa dello zio e della cugina della 15enne uccisa era stato previsto e concordato nelle ore precedenti. L’accanimento, se così possiamo definirlo, non è stato dunque volontario e premeditato e soprattutto, dalle indiscrezioni emerse successivamente, si è scoperto che la mamma di Sarah avesse ricevuto anzitempo dei flash su quello che stava accadendo attorno a lei.

A questo punto l’angolo d’osservazione deve per forza di cose spostarsi. Da Federica Sciarelli – cronista storicamente fredda e algida ma obiettivamente impeccabile nel portare avanti il programma – alla famiglia “incriminata”, che si rende partecipe di uno scempio al quale decide lei stessa di prestarsi. Sagome immobili e mute (compreso l’avvocato, chiamato inevitabilmente in causa per ottenere conferme e delucidazioni) che non davano segnali alla giornalista che continuava a ripetere senza sosta “signora, ha capito cosa sta succedendo?”, “se volete interrompere il collegamento potete farlo in ogni momento”. Nessuna reazione. Concetta non parla, non piange, non si dispera, con lo sguardo non cerca il supporto di alcuno. Gli occhi rimangono fissi nell’obiettivo della telecamera. Come una Gioconda. Nell’assoluta coerenza del personaggio che da un mese non ha mai mutato copione.

La tragedia di Avetrana scandalizza e colpisce il cuore di tutti noi. Sconvolge per la crudezza del delitto e per l’ambiguità di una famiglia che probabilmente copriva con imperdonabile omertà il torbido malessere dello zio, poi rivelatosi mostro. E non è certo colpa di “Chi l’ha visto?” se si è trovato costretto a doverla raccontare.