Il mio amore per il Milan è nato per l’amore verso alcune persone, verso alcuni principi, verso un certo stile, verso certi gesti. Hai fatto parte di me per 11 anni, rappresentando totalmente la mia passione, il mio attaccamento a quella famiglia. Non ti ringrazierò mai abbastanza per quello che mi hai dato. Ma soprattutto per quello che sei stato. 2 COPPE DEI CAMPIONI, 2 SCUDETTI, 2 SUPERCOPPE EUROPEE, 2 SUPERCOPPE ITALIANE, 1 COPPA ITALIA, 1 MONDIALE PER CLUB. Per sempre nel mio cuore.
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E ora son qui che non trovo le parole, Pippo Mio
Non trovo le parole Pippo Mio. Che poi dovrebbe essere il mio mestiere: raccontare emozioni. Ma con te non ci riesco. Forse è un mio limite o forse la colpa è solo tua. Mi hai dato tanto, troppo. Un troppo che non si può definire. Non esistono termini per spiegare ciò che mi hai donato in questi undici anni.
Quanti flash, quanti fotogrammi nel mio cervello. E soprattutto quanta tristezza oggi. Per me, che ti avevo soprannominato Immortale – sopravvissuto a tegole e infortuni – vederti sfiorire è stato un calvario. Oltre che un’assurdità. Perché tu, diciottenne nel corpo di un trentanovenne, lo sai meglio di me: i miti non invecchiano. James Dean, Marilyn Monroe sono lì a ricordarcelo.
Il calcio però è storia diversa, non perdona. E tra le tante battaglie combattute e vinte, ce n’è una che puntualmente perderemo: quella contro l’anagrafe. Fermeremmo volentieri il tempo se potessimo. Magari al 23 maggio 2007. Apice di una carriera inimitabile.
Atene è stato il nostro viaggio di nozze. Due gol, di rapina, come piaceva a te. Per prenderci con i denti ciò che Istanbul ci aveva sottratto due anni prima ed un processo sommario ci avrebbe voluto soffiare nell’estate 2006. Già, l’estate 2006. Chi se la dimentica. Forse fu proprio lì che capii quanto fossimo fatti l’uno per l’altro. Tu, il primo a presentarti a Milanello – nonostante le ferie post Mondiale – in seguito alla telefonata di Galliani, che vi informava di un preliminare da disputare, imprevisto ed ingiusto. I mesi di Calciopoli, della sofferenza, delle ingiurie, delle penalizzazioni. Qualcuno fuggì, annunciando il bizzarro desiderio di imparare l’inglese; tu rimanesti, segnando la rete più bella. Quella che non penetra una porta, ma il cuore.
C’è squadra che non hai purgato? C’è terra che non hai conquistato? Bayern e Lione. Montecarlo e Tokyo. E pensare che il tuo gol più importante, fenomenale ed incredibile non porta la tua firma. Quel pallonetto all’Ajax, all’ultimo respiro, con lo stadio che venne giù nell’anno della Champions. L’episodio spartiacque di un ciclo che, senza quella magia, non sarebbe mai nato. E chi avrebbe potuto inaugurarlo, se non Inzaghi.
La tua essenza è tutta in quel cucchiaio a Lobont, in quella gamba aperta a 95 gradi. In barba all’impossibile, alle difficoltà, alla razionalità. Per due lustri abbiamo volato, domenica ritoccheremo il suolo. “Vi lascio solo perché è la vita, perché è il momento”, ci hai confessato. Lo sappiamo, lo sappiamo bene. Ma almeno consentici di piangere. A dirotto.
La Gialappa’s agli Europei. Su Rtl 102.5
Irritante Nocerino
La differenza tra me e te
La loro coerenza in una foto
Lo stile Milan. Dal 1986
Siamo tutti Zorro Boban
Ora sono cazzi vostri
Il tempo è galantInter
NON SPARATE SULLA CROCE ROSSA. Ma se la Croce Rossa è l’INTER io gli foro pure le gomme. Credo che ci sia un disegno, anche dietro alle maggiori delusioni. Un mese fa rosicavamo per un derby perso per colpa di un nostro errore, contro una squadra capace di tenere meno palla che a Valencia nel 2003. Esultarono, chiacchierano, come al solito. Programmarono rimonte. E io predicavo calma. Calma e serenita’.
0-3. Non a tavolino. Quello lo usano solo per gli scudetti. Ma tanto era colpa di Moggi e Gasperini. Sissì.












