Massimo Falcioni per Daw-blog.com
MORANDI, 6. Simpatico, umile, pulito. Non si può non voler bene all’eterno ragazzo di Monghidoro. Ma come conduttore è un disastro. Il Festival non è “Grazie a tutti”, né “C’era un ragazzo”. A Sanremo non si canta (a meno che non si gareggi), bensì si presentano i cantanti. Aiutato perennemente dal gobbo elettronico, le poche volte che si è concesso il lusso di abbandonarlo i risultati sono stati tragici. Ha tuttavia il merito di aver convinto Battiato e Vecchioni a partecipare alla kermesse. Una sorta di calamita per artisti storicamente diffidenti.
CLERICI, 2. Chiamata ad effettuare il passaggio di testimone a Morandi nella puntata d’esordio, accumula in dieci minuti più critiche di quelle raccolte in un’intera carriera. Esibisce senza pudore al mondo intero la figlia Maèlle. Proprio lei che appena un anno fa, a proposito di una contestata vicenda riguardante Povia, disse: “Non manderei mia figlia sua palco a ballare, ma sinceramente io non la vorrei vedere in generale sul palco”. Chiamasi coerenza.
MAZZA (direttore Raiuno), 7. Subentrato a Del Noce a fine 2009, fu battezzato da una spada di Damocle di nome Bonolis. Scegliere la Clerici si rivelò un’ottima intuizione, la nomina di Morandi un atto coraggioso e fortunato. La conduzione è stata tutt’altro che impeccabile, ma gli ascolti hanno dato ragione alla Rai. E non è poco.
LUCA E PAOLO, 8. Ingaggiati inizialmente per ricoprire il ruolo di incursori e disturbatori, sono in breve tempo diventati gli assi portanti dell’intera baracca, salvando Morandi da continui imbarazzi e silenzi. Ficcanti ed ironici, hanno portato all’Ariston una brillante satira politica. Peccato solo per l’accusa (ingiusta) di cerchiobottismo lanciatagli addosso dai soliti osservatori radical-chic. Si può martellare a 360 gradi. Loro l’hanno dimostrato.
CANALIS, 2. L’avremmo definita con piacere il fantasma del 61° Festival di Sanremo, se solo fosse passata inosservata. Legnosa, impreparata ed impacciata, passerà alla storia per la goffa intervista a Robert De Niro.
BELEN, 6.5. Ha stravinto il confronto con la diretta rivale. Splendida e a proprio agio fin dalla prima sera, ha purtroppo dovuto rispettare i paletti fissati dai piani alti per evitare l’umiliazione dell’ex velina. Da “solista” avrebbe dato sicuramente di più.
GARCIA-DE NIRO, 1. Il giorno in cui ci libereremo del nostro provincialismo e la smetteremo di autocompiacerci nel sentirci dire quanto è bella l’Italia, quanto si mangia bene in Italia e quanto è solare e calorosa l’Italia, saremo un Paese migliore. I soliti soldi spesi inutilmente per artisti mal sfruttati e fuori contesto.
RANIERI, 7. Vero e proprio tappabuchi della serata finale, ha occupato lo spazio che sarebbe dovuto spettare a Silvester Stallone, che però chiedeva troppi soldi. Il cantante partenopeo, meno internazionale di Sly, ha comunque incantato la scena per oltre mezz’ora, a costo quasi zero. Che sia d’insegnamento per il futuro. Un voto di principio.
BENIGNI, 8. Si è parlato più del suo compenso che di ciò che ha detto sul palco. La politicizzazione estrema è il grande male della nostra penisola. Una penisola rivalutata e celebrata da cinquanta minuti indimenticabili, in cui il premio Oscar ha mescolato l’immancabile ironia sull’attualità ad una profondità di pensiero unica.
VECCHIONI – MODA’/EMMA – ALBANO, 7. Sul podio gli artisti che hanno offerto le migliori esibizioni del Festival. La vittoria di Vecchioni emoziona, mentre la vincitrice di Amici sembra aver pagato i precedenti positivi di Carta e Scanu. Tre vittorie in tre anni sarebbero state oggettivamente troppe. Positiva la svolta intimista di Albano che, accuse di plagio a parte, riscatta i recenti trascorsi.
FESTIVAL, 5. Gli ascolti dettano legge, ma non si può negare l’evidenza. L’edizione 2011 verrà ricordata come una delle più noiose ed improvvisate dell’ultimo ventennio. Una statua a Benigni sarebbe a dir poco doverosa.









